domenica 30 dicembre 2007

NATIVITàLES

Di ritorno dal tradizionale aperitivo della vigilia, sono arrivata davanti casa, ho girato sul tallone destro tre volte, ripetendo ad occhi chiusi la formula “aria di nordest, aria di nordest, aria di nordest”, ho abbassato la maniglia, ho aperto la porta e…niente: anche quest’anno South Christmas System - la storia di natale che, per una volta, mi sarebbe piaciuto non leggere -.

Quattro tavoli uniti e imbanditi per 20, un albero di natale sintetico e incaricato di covare regali sparsi rizomaticamente dai suoi piedi in ogni dove, addobbi q.b.+1, il telefono che squilla, mia sorella che strilla, l’argenteria che scintilla.

La strettoia aperta tra il divano e la fila di sedie del tavolo dei piccoli - di cui io, a 25 anni, faccio ancora parte - come un preambolo spaziale, mi ha introdotta nel vivo del discorso “parentado”.

Se è vero che il 94% della popolazione italiana è inquietata dal proprio lignaggio, è altrettanto vero che il medesimo quantitativo di persone ha avuto la fortuna di non conoscere la mia stirpe, drammatico incrocio tra i Cesaroni e Cosa Nostra; fenomeno rispetto al quale anche la realtà delle baby gang sembra risultare socialmente più tollerabile.

Esagerazione forse?
State a sentire.

La dinastia Mancini è una simpatica accozzaglia allargata di 20 persone, metà del nord e metà del sud, ognuna delle quali si dichiara capace di recriminare in un momento qualsiasi un indesiderato legame di sangue con le restanti 19 personalità della casata.

Nessuno vorrebbe parlare con nessuno e, allora, in una data approssimativamente vicina al Big Bang, si è sancito che ogni membro del clan avesse l’irrefutabile dovere di emettere un qualsivoglia tipo di suono contemporaneamente agli Altri, ad un tono di voce altissimo.

Nella ricerca di questa inebriante cacofonia, diverse sono le tecniche adottate per non capirsi, ma, alla fine, solo due sono i modi per procurarsi vittoria: riuscire a produrre effetti acustici udibili solo dal regno dei pesci e giocare il jolly dello spegnimento dell’apparecchio acustico (per questo, però, è necessario aver partecipato almeno a 60 natali più i contributi).

Al fine di garantire la massima incomunicabilità per tutti, si è inoltre decretato che ogni componente della famigghia dovesse sentirsi libero di dilettarsi in un dialetto a sua scelta. Sicché, nella stessa assordante stanza, si parla all’unisono veneto, abruzzese, mantovano e, soprattutto, napoletano.
Tutti hanno concordato nel ritenere una grave provocazione – perseguibile familiarmente - comporre frasi in italiano, posto che l’impiego di un idioma comune avrebbe comportato il gravoso rischio della comprensibilità.

Insomma, se solo lo sapesse, l’Accademia della Crusca avrebbe qualcosa di molto più preoccupante della morte del congiuntivo di cui curarsi, sempre che non si voglia considerare normale la formazione nell’opulento nordest di una strampalata Babele impegnata nella distruzione della purezza della lingua italiana.

Ora, pur detestandosi, tale melting pot interregionale ha organizzato, come ogni anno, un terrificante rave natalizio, consistente nel mangiare per 3 giorni, sia a pranzo che a cena, tutte le sostanze ritenute scientificamente commestibili, continuando a sorridere e a fingere di sentirsi bene, anche quando non si riescono più a individuare tratti familiari nel proprio corpo, tramutatosi lentamente, da religioso contenitore di anime, in un tristo tupperware per insmaltibili lipidi.

Così, mentre gli Altri hanno cercato di favorire la digestione, alternando l’attività dei succhi gastrici a quella di acide o amare perifrasi, io ho implorato il dio degli allevatori di scendere dall’alto con un’enorme scure per sgozzarmi. Invano, anzi peggio: per aver invocato una divinità pagana nel giorno della nascita di Cristo, sono stata punita con una doppia porzione di Pandoro. Inutili le proteste, ho ritenuto conveniente ingurgitare il tutto, supplicando poi un Montenegro.

In questo modo, e dunque tra un polisaccaride e l’altro, è scoccata la mezzanotte e con essa la fiera degli orrori o, come la chiamano gli ottimisti, lo scambio dei regali.

Nelle mani di ogni commensale si sono materializzati oggetti indefinibili e/o inutilizzabili; cose a cui neanche Gozzano sarebbe riuscito a regalare un briciolo di letterarietà.

Per intenderci, il regalo più bello del 2007 sono stati dei boxer grigi con stampati in bianco due pegasi che si incrociano sul davanti. Voglio dire, persino Costantino si vergognerebbe di indossare un simile indumento. E allora perché dovrebbe farlo mio cugino?

Accetto suggerimenti.

Io, per ora, l’unica reazione che sono riuscita ad opporre, collassando sul divano, è stata ritrovarmi a ripetere tra me e me, in evidente stato confusionale, “Io non so ben ridir com’i’ v’entrai. Tant’era pien di sonno a quel punto…”

giovedì 27 dicembre 2007

Buon viaggio Luciano

Nell'era dell'elettronica, per commettere un omicidio, è sufficiente staccare un filo.

mercoledì 19 dicembre 2007

Il 18 del mese di Dicembre

Mi sono dovuta misurare col concetto di finitezza.

I miei 25 anni, Paolo e il processo di necrosi cellulare, il vomito fuori dal Sesto e, infine, l'invalidazione del tesserino per viaggi illimitati mi hanno portato a tanto.

Avevo davvero bisogno dei vostri migliori auguri.
Sì.

lunedì 17 dicembre 2007

IndiePERcui?

Se l’avessi visto, l’avrei evitato.

Lui: illustre esponente di quella categoria di persone talmente snervanti da indurre l’interlocutore a rispondere solo con striminziti suoni monosillabici del tipo “ah”, “eh”, “mm”, “oh”; perito in battute orribili e frasi fuori luogo; inconsapevolmente antiestetico e drammaticamente invaghito di me.

Ora, se la mia grave miopia e il buio d’intorno non mi avessero resa più simile ad una sinestesia bipede e pensante che a un essere umano dotato di funzionali organi di senso, l’avrei sicuramente evitato. Invece, ostinandomi a camminare nei panni di una stupida figura retorica, mi destinai a un incontro con lui.

Quando mi rivolse la prima parola, dovevo ancora metterlo a fuoco e, quando lo misi a fuoco, avrei molto voluto che non mi avesse rivolto una prima parola: dopotutto ero uscita per divertirmi, non per escogitare un piano di evacuazione conversazionale.

La crudezza dei miei pensieri, tuttavia, non riuscì a difendermi da un suo accorato abbraccio baciato e così mi ritrovai avvolta tra i suoi arti superiori.
Per un attimo pensai di restare rigida, dritta ed immobile nell’audace tentativo di farmi passare per un menhir, ma la durevolezza del suo moto di affetto mi fece pentire del mio cinismo, spingendomi a ricambiare svogliatamente l’abbraccio.

Tornati due, iniziò a formulare una delle sue frizzantissime domande.

Mentre lui era ancora intento a verbalizzare i propri pensieri, io stavo già compilando l’inventario delle parole più corte, ritenute idonee a diventar possibili buone risposte all’interno di un dialogo sbrigativo. Ne trovai molte, ma non fu sufficiente a troncare l’incontro.

Tentai, dunque, col linguaggio del corpo: lui mi parlava guardandomi negli occhi, io guardavo altrove; lui si avvicinava cercando complicità, io mi allontanavo; lui sorrideva, io sbadigliavo. Niente. Più mi impegnavo a dimostrare il mio non ascolto, più lui animava i suoi copiosi racconti.

Provai ad ascoltarlo. Incredibile: non mi interessava niente di quello che diceva e soprattutto non mi faceva ridere, sebbene ci provasse con tutto se stesso. Gli venivano battute così brutte che, in confronto, persino gli sketch della Premiata Ditta sarebbero potuti risultare divertenti.

Comunque, non riuscendo a congedarmi ed essendo in qualche modo costretta a subire la sua ilarità, pensai di auto-intrattenermi provando a trovargli un nome indiano. Conclusi che sarebbe potuto andar bene qualcosa come “pachuakai”, ovvero,“tentativo di facezia che corre claudicante in fittissime nuvole di imbarazzo”.

Sorrisi.

Probabilmente non avrei dovuto farlo, perché fu in seguito a quella timida euforia che ricevetti il complimento più trashion della mia vita.

Lui, l’atteggiato musicista numero 79.253 della generazione dell’82, si avvicinò a me con fare seducente e proferì l’imperdonabile frase: “ehi, ma lo sai che sei davvero troppo indie…?”.

Eeeeeeeeeh??? “Lo sai che sei davvero troppo indie”? Cosa avrei dovuto rispondere? Grazie? “Sai che sei davvero troppo indie?”, “Dai!Grazie!!!”? Conoscendomi, l’unica cosa che avrei potuto ironicamente replicare sarebbe stata: “Lo sai che sei davvero troppo indie?” “E quIndie”?

Ahahahahahaha. Ahahahahahaha. Ahahahahahahahaha.
Mi aveva finalmente fatto ridere!

Trovai tristemente paradossale il dovermi trattenere dal dirglielo in nome della buona educazione. Eppure lo feci, concedendomi il diritto di salutarlo frettolosamente per correre a cercare qualcuno con cui condividere le mie sarcastiche riflessioni sull’Ars amandi del nuovo millennio.

giovedì 6 dicembre 2007

C’è sempre qualcosa che manca

Costringerti ad alzarti per primo, svegliarmi molto dopo. Sentirti versare il caffé nella mia tazza, lasciarmi guardare mentre lo bevo. Prenderti in giro, fingere di essere offeso. Litigarsi il bagno, offendersi veramente. Farti aspettare, vedermi fare in fretta. Comprare molti libri, rubarseli. Infilarti le dita nei ricci, permetterti di pettinarmi. Scattarmi una foto, scriverti un biglietto. Prendermi cura di te, preoccuparti che io sia felice. Scambiarsi i vestiti, trovare di essere belli. Prepararti la cena, rimbrottarmi per il sale. Spiegarti Hjelmslev, lasciarmi ripetere. Andare alla Pam, perdersi nelle corsie. Osservarti supportare la politica, osservarmi sopportare la politica. Regalarti una tromba, decidere di non suonarla. Invitarmi alle manifestazioni, replicare di non essere nel ’68. Accusarmi di essere ironica, incolparti di essere permaloso. Ascoltarmi piangere, farti ridere. Tifare per te durante la caccia alle blatte, fare la caccia alle blatte per me. Sbattersi il telefono in faccia, richiamarsi subito. Regalarmi Queneau, comprarti Il Manifesto. Chiederti di addormentarmi, baciarmi. Dormire assieme anche a distanza, risvegliarsi soli.

martedì 4 dicembre 2007

A tutti quelli che lo fanno





Potreste gentilmente trattenervi dal firmare le mail con le sole iniziali del vostro nome e cognome?
Noi non siamo loghi.

Naomi Klein82

lunedì 3 dicembre 2007

Tranquillizziamolo pure!

Qualcuno convinca Miguel Bosè che può smettere di cantare "Se tu non torni".
Quanti anni saranno che la ripropone?
La prima volta che l'ha intonata immagino abbia avuto sei anni.
Deve essere stato a Natale, in una di quelle occasioni in cui al più piccolo fanno recitare qualcosa. Lui si sarà alzato in piedi sulla sedia e, al posto di una qualsivoglia poesia, gli sarà uscita "Si tu non vuelves". I familiari, essendo familiari, avranno applaudito. Lui avrà pensato di aver composto una cosa bellissima e noi, 35.000 repubbliche dopo, siamo ancora costretti ad ascoltarla.

Provate a pensarci.
Non vi sembra la melodia più vecchia che abbiate sentito?
Io, francamente, non riesco a ricordare se ho udito prima quella o la voce di mia madre.
E' terribile.

Dobbiamo affrancare i nostri timpani da siffatto fardello, anche perché c'è qualcosa di subdolo in esso. Per capire cosa sia, esaminiamone la struttura. Essa è trifasica:

1- Ci sono anni in cui "If you don't come back" sembra essere l'unica canzone esistente;
2- Segue un periodo di pausa ( bello come l'età dell'oro);
3- Dopodiché, quando l'umanità era quasi sul punto di dimenticare testo e musica, ritornano il buon Miguel e il suo pezzone.

Sarebbe tutto molto più facile per noi, se la fase 2 fosse assente: ci saremmo già abituati a quei suoni, esattamente come si fa col ronzio del frigo o con i tacchi della Signora Del Piano di Sopra... dopo un po' che li sentiamo, li interiorizziamo e non ci facciamo più caso. Siamo liberi!
Invece, la presenza di quella sospensione nell'esecuzione ci costringe ogni volta a RIASCOLTARE quella canzone. Le prestiamo attenzione ad intervalli regolari.
Roba che se anche uno nella vita avesse voluto non credere alla teoria dei corsi e ricorsi storici, grazie a Mighè, non ci sarebbe riuscito.
E' incredibile.

Ora, io vorrei uscire da questo inferno e, per evitare di ferire il sensibilissimo Miguel, avrei una proposta: o "Si tu non vuelves" la mettiamo in loop e ci regaliamo la possibilità di abituarci a tal punto ad essa da riuscire a non sentirla più; o, d' ora in poi, costringiamo Bosè ad accanirsi su di noi solo con la spensieratissima "L'autoradio".

Scegliete voi, per me è uguale.