Di ritorno dal tradizionale aperitivo della vigilia, sono arrivata davanti casa, ho girato sul tallone destro tre volte, ripetendo ad occhi chiusi la formula “aria di nordest, aria di nordest, aria di nordest”, ho abbassato la maniglia, ho aperto la porta e…niente: anche quest’anno South Christmas System - la storia di natale che, per una volta, mi sarebbe piaciuto non leggere -.
Quattro tavoli uniti e imbanditi per 20, un albero di natale sintetico e incaricato di covare regali sparsi rizomaticamente dai suoi piedi in ogni dove, addobbi q.b.+1, il telefono che squilla, mia sorella che strilla, l’argenteria che scintilla.
La strettoia aperta tra il divano e la fila di sedie del tavolo dei piccoli - di cui io, a 25 anni, faccio ancora parte - come un preambolo spaziale, mi ha introdotta nel vivo del discorso “parentado”.
Quattro tavoli uniti e imbanditi per 20, un albero di natale sintetico e incaricato di covare regali sparsi rizomaticamente dai suoi piedi in ogni dove, addobbi q.b.+1, il telefono che squilla, mia sorella che strilla, l’argenteria che scintilla.
La strettoia aperta tra il divano e la fila di sedie del tavolo dei piccoli - di cui io, a 25 anni, faccio ancora parte - come un preambolo spaziale, mi ha introdotta nel vivo del discorso “parentado”.
Se è vero che il 94% della popolazione italiana è inquietata dal proprio lignaggio, è altrettanto vero che il medesimo quantitativo di persone ha avuto la fortuna di non conoscere la mia stirpe, drammatico incrocio tra i Cesaroni e Cosa Nostra; fenomeno rispetto al quale anche la realtà delle baby gang sembra risultare socialmente più tollerabile.
Esagerazione forse?
State a sentire.
La dinastia Mancini è una simpatica accozzaglia allargata di 20 persone, metà del nord e metà del sud, ognuna delle quali si dichiara capace di recriminare in un momento qualsiasi un indesiderato legame di sangue con le restanti 19 personalità della casata.
Nessuno vorrebbe parlare con nessuno e, allora, in una data approssimativamente vicina al Big Bang, si è sancito che ogni membro del clan avesse l’irrefutabile dovere di emettere un qualsivoglia tipo di suono contemporaneamente agli Altri, ad un tono di voce altissimo.
Nella ricerca di questa inebriante cacofonia, diverse sono le tecniche adottate per non capirsi, ma, alla fine, solo due sono i modi per procurarsi vittoria: riuscire a produrre effetti acustici udibili solo dal regno dei pesci e giocare il jolly dello spegnimento dell’apparecchio acustico (per questo, però, è necessario aver partecipato almeno a 60 natali più i contributi).
Al fine di garantire la massima incomunicabilità per tutti, si è inoltre decretato che ogni componente della famigghia dovesse sentirsi libero di dilettarsi in un dialetto a sua scelta. Sicché, nella stessa assordante stanza, si parla all’unisono veneto, abruzzese, mantovano e, soprattutto, napoletano.
Tutti hanno concordato nel ritenere una grave provocazione – perseguibile familiarmente - comporre frasi in italiano, posto che l’impiego di un idioma comune avrebbe comportato il gravoso rischio della comprensibilità.
Insomma, se solo lo sapesse, l’Accademia della Crusca avrebbe qualcosa di molto più preoccupante della morte del congiuntivo di cui curarsi, sempre che non si voglia considerare normale la formazione nell’opulento nordest di una strampalata Babele impegnata nella distruzione della purezza della lingua italiana.
Ora, pur detestandosi, tale melting pot interregionale ha organizzato, come ogni anno, un terrificante rave natalizio, consistente nel mangiare per 3 giorni, sia a pranzo che a cena, tutte le sostanze ritenute scientificamente commestibili, continuando a sorridere e a fingere di sentirsi bene, anche quando non si riescono più a individuare tratti familiari nel proprio corpo, tramutatosi lentamente, da religioso contenitore di anime, in un tristo tupperware per insmaltibili lipidi.
Così, mentre gli Altri hanno cercato di favorire la digestione, alternando l’attività dei succhi gastrici a quella di acide o amare perifrasi, io ho implorato il dio degli allevatori di scendere dall’alto con un’enorme scure per sgozzarmi. Invano, anzi peggio: per aver invocato una divinità pagana nel giorno della nascita di Cristo, sono stata punita con una doppia porzione di Pandoro. Inutili le proteste, ho ritenuto conveniente ingurgitare il tutto, supplicando poi un Montenegro.
In questo modo, e dunque tra un polisaccaride e l’altro, è scoccata la mezzanotte e con essa la fiera degli orrori o, come la chiamano gli ottimisti, lo scambio dei regali.
Nelle mani di ogni commensale si sono materializzati oggetti indefinibili e/o inutilizzabili; cose a cui neanche Gozzano sarebbe riuscito a regalare un briciolo di letterarietà.
Insomma, se solo lo sapesse, l’Accademia della Crusca avrebbe qualcosa di molto più preoccupante della morte del congiuntivo di cui curarsi, sempre che non si voglia considerare normale la formazione nell’opulento nordest di una strampalata Babele impegnata nella distruzione della purezza della lingua italiana.
Ora, pur detestandosi, tale melting pot interregionale ha organizzato, come ogni anno, un terrificante rave natalizio, consistente nel mangiare per 3 giorni, sia a pranzo che a cena, tutte le sostanze ritenute scientificamente commestibili, continuando a sorridere e a fingere di sentirsi bene, anche quando non si riescono più a individuare tratti familiari nel proprio corpo, tramutatosi lentamente, da religioso contenitore di anime, in un tristo tupperware per insmaltibili lipidi.
Così, mentre gli Altri hanno cercato di favorire la digestione, alternando l’attività dei succhi gastrici a quella di acide o amare perifrasi, io ho implorato il dio degli allevatori di scendere dall’alto con un’enorme scure per sgozzarmi. Invano, anzi peggio: per aver invocato una divinità pagana nel giorno della nascita di Cristo, sono stata punita con una doppia porzione di Pandoro. Inutili le proteste, ho ritenuto conveniente ingurgitare il tutto, supplicando poi un Montenegro.
In questo modo, e dunque tra un polisaccaride e l’altro, è scoccata la mezzanotte e con essa la fiera degli orrori o, come la chiamano gli ottimisti, lo scambio dei regali.
Nelle mani di ogni commensale si sono materializzati oggetti indefinibili e/o inutilizzabili; cose a cui neanche Gozzano sarebbe riuscito a regalare un briciolo di letterarietà.
Per intenderci, il regalo più bello del 2007 sono stati dei boxer grigi con stampati in bianco due pegasi che si incrociano sul davanti. Voglio dire, persino Costantino si vergognerebbe di indossare un simile indumento. E allora perché dovrebbe farlo mio cugino?
Accetto suggerimenti.
Io, per ora, l’unica reazione che sono riuscita ad opporre, collassando sul divano, è stata ritrovarmi a ripetere tra me e me, in evidente stato confusionale, “Io non so ben ridir com’i’ v’entrai. Tant’era pien di sonno a quel punto…”

