Ti ho lasciato nel giorno più felice della tua vita
e ti ritrovo nel baratro
il tutto sa di meraviglia e di dubbio.
Quando ti chiedo piano cosa sia successo
rispondi di essere perfettamente in linea con le oscillazioni astronomiche
e diventi la mia scienza della Terra: erba e moti rivoluzionari.
Mentre parli, ti immagino inclinato di 23° 1/2 sul piano dell'orbita che descrivi saltuariamente intorno a me.
E' la mia immaginazione contro la tua parola.
Poi confessi di dover correre nello strascico di una consonante a comprare i sacchetti dell'umido.
Per piangerci dentro?
Domando io,
pensando che i Tempo non bastino più.
Ridi e dici no, ché piangere tu no, non sai e l'unica preoccupazione che hai è quella del sé:
con o senza accento sulla "e"?
Ti spiego che il Sé è un Io accentato solo quando si disambigua dall'ipotesi
insospettato appalto per la costruzione d'identità certe e sofferenti.
A questo punto mi insignisci del premio Nobel e te ne vai.
Prima di imitarti, confesso che c'é almeno un'altra cosa che voglio per te:
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